Pranzo all'aperto con amici

Uno sguardo ai food trend 2022: sostenibilità e salute al centro

Se l’anno scorso anche per il settore alimentare è stato un anno di assestamento alle nuove condizioni sociali imposte dalle restrizioni per limitare la diffusione del virus, quest’anno, il focus per consumatori e produttori sembra essere un altro, ovvero quello di contribuire con l’alimentazione a supportare il proprio benessere, con un occhio di riguardo anche verso il pianeta. Alimenti funzionali, prodotti con valore aggiunto e salute sono le parole chiave delle tavole 2022! Quali sono dunque i food trends nel “radar “di Nutrimi?

Foraging o fitoalimurgia

Con il foraging, o fitoalimurgia, ci si riferisce a quella branca della scienza che si occupa di indagare quanto e se le piante selvatiche (foglie, fusti, germogli, fiori, radici, tuberi, bulbi e bacche) siano commestibili e/o potenzialmente dotate di proprietà fitoterapiche (1). Potrebbe essere definito più semplicemente come “l’andar per boschi” come pratica di alimentazione sostenibile, prendendo dalla terra ciò che la terra spontaneamente offre (in Italia, ad esempio, possiamo trovare la cicoria, la carota selvatica, ma anche il tarassaco, l’ortica e la borragine).
La pratica del foraging oltreoceano sta ottenendo un ruolo non marginale anche nell’industria alimentare grazie a varietà botaniche quali moringa e curcuma. La moringa, pianta appartenente alla famiglia delle Moringaceae e usata dagli antichi egizi sia come alimento che per la produzione di oli cosmetici, grazie ai valori nutrizionali contenuti in foglie e semi, è un ingrediente importante per molte tradizioni gastronomiche orientali ed oggi uno dei candidati a diventare “superfood” 2022.

Autoproduzione e produzione sostenibile

A fronte dell’impatto positivo che negli anni hanno avuto i diversi progetti di rigenerazione ambientale legati all’agricoltura urbana, periurbana e metropolitana (2) e tipici delle Food Policy, nel 2022 questo paradigma di coltivazione diventa tendenza. Si stima infatti un incremento delle pratiche di agricoltura e orticoltura urbana , caratterizzate dalla disponibilità di piante ed erbe sempre fresche sottoposte a regime colturale in idroponica o acquaponica, ortaggi coltivati in serra utilizzando esclusivamente energie rinnovabili nonché produzioni agricole 4.0 che sfruttano le tecnologie per produrre alimenti sani e sostenibili.
Fuori dai centri urbani, invece, si assiste ad un incremento delle pratiche di agricoltura rigenerativa e di approcci agro-ecologici alle produzioni alimentari. Le prime sono correnti agricole affini alla permacultura (o conservazione consapevole ed etica degli ecosistemi produttivi) e il loro scopo principale è rigenerare la qualità del suolo ad ogni ciclo produttivo mimando i processi naturali di formazione dell’humus (sfruttando tecniche come, ad esempio, l’avvicendamento colturale in opposizione al sistema delle monoculture tipico dell’agricoltura intensiva e depauperante). Rispetto al secondo termine invece, con il 2022 si assiste ad un’enfatizzazione della componente più sociale dell’agroecologia, ricercando sempre più prodotti che arrivano da pratiche di agricoltura familiare e/o prodotti che consentano un riallacciamento dei rapporti città-campagna (3).

“Bevande della salute” e reducitarianesimo

La pandemia ha portato ad un rinnovato interesse per il benessere in generale e, in risposta a questa richiesta, imprese e attività si sono attivate proponendo nuovi prodotti salutari sul mercato. Tra questi, svettano soprattutto bibite funzionali come tonici frizzanti con prebiotici, bevande con claim salutistici e cocktail da aperitivo alcol-free, realizzati con set di particolari botaniche e cortecce dalle proprietà fitoterapiche. Ad accompagnare il beverage anche un regime alimentare principalmente basato sulla ricerca di alta qualità e salute. La dieta più di tendenza del 2022 sembra sarà infatti quella reducetariana (che prevede la riduzione nel consumo di alimenti di origine animale e la scelta di consumarli, quando consumarli, solo se di buona qualità e derivanti da una produzione sostenibile ed etica).

Funghi

Questo trend unisce i concetti dei trend precedenti: sostenibilità, foraging e salute umana. Fin dall’antichità i funghi sono considerati “elisir di lunga vita”, in quanto fonti di aminoacidi essenziali e polisaccaridi, prontamente disponibili e offerti dal suolo in condizioni di umidità, con un alto livello di rendimento necessario a sfamare una popolazione sempre crescente. Oggi i funghi e i loro sottoprodotti vengono considerati una delle tendenze più innovative per garantire prodotti fortificati, mangimi, o anche semplici alimenti sani e salutari al più della popolazione, attestandosi tanto come trend quando come strategia vincente nel campo della nutrizione e dell’alimentazione umana e animale (4).

 

Fonti: 

1. Paura, B., Di Marzio, P., Salerno, G., Brugiapaglia, E., & Bufano, A. (2021). Design a database of Italian vascular alimurgic flora (AlimurgITA): Preliminary results. Plants, 10(4), 743.
2. Langemeyer, J., Madrid-Lopez, C., Beltran, A. M., & Mendez, G. V. (2021). Urban agriculture—A necessary pathway towards urban resilience and global sustainability?. Landscape and Urban Planning, 210, 104055.
3. Giacomelli, M., & Calcagni, F. (2022). Borgofuturo+: un progetto locale per le aree interne. Borgofuturo+, 1-219..
4. Kumar, H., Bhardwaj, K., Kuča, K., Sahrifi‐Rad, J., Verma, R., Machado, M., … & Cruz‐Martins, N. Edible mushrooms enrichment in food and feed: A mini review. International Journal of Food Science & Technology.


Cestino con rifiuti organici

Spreco alimentare domestico in Italia: con la pandemia risalito del 15%

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Waste Watcher International su iniziativa della campagna Spreco Zero di Last Minute Market e dell’Università di Bologna, in Italia, dopo il trend positivo registratosi nel 2019, sembra che la pandemia abbia contribuito a una riduzione dell’attenzione collettiva sul tema degli sprechi alimentari. Questi ultimi, tuttavia, restano ancora un grande problema ambientale, sociale ed economico nonché fulcro delle strategie politiche adottate dall’Unione Europea per combattere il cambiamento climatico (dall’Agenda 2030 con l’SDG 12.3 fino alla più recente strategia Farm to Fork), pertanto, conoscere i limiti e il contesto nazionale può essere un valido modo per capire dove e come intervenire così raggiungere gli obiettivi prefissati.

Il caso Italia 2022

Partendo da un confronto tra quanto registrato nel rapporto 2021 (riferito al 2020) e nel rapporto 2022 (riferito al 2021) emerge chiaramente come lo spreco settimanale pro-capite sia aumentato di ben 66,3 grammi, passando da 529 g a 595,3 g pro capite settimanali, per un totale di 30.956 kg l’anno di alimenti sprecati, circa il 15% in più rispetto l’anno precedente. Un dato ancor più preoccupante se lo si espande a livello nazionale e si considera lo spreco domestico annuo italiano nella sua interezza, il cui valore si attesta a circa 1.900.000 tonnellate. Questo fenomeno, in generale, si inasprisce nei nuclei famigliari senza figli (+12%), nei ceti Medio-Basso (+12%), nei ceti Popolari (+7%) e nei piccoli centri urbani sotto 100mila abitanti (+7%), mentre le grandi città sembrano sprecare ben il 12% in meno rispetto alla media nazionale. La distribuzione territoriale degli sprechi vede comportamenti “più virtuosi” al Centro-Nord Italia, mentre al Sud i dati sono meno incoraggianti, tant’è che si spreca il 18% in più del valore della media nazionale.

Quali alimenti si sprecano di più e perché?

Le categorie di alimenti che finiscono maggiormente tra i rifiuti restano pressoché invariate rispetto al rapporto dell’anno precedente. Nella “top five” degli sprechi settimanali, infatti, si registrano frutta fresca (25,5 gr), insalate (21,4 g), pane fresco (20 g), verdure (19,5 g), Liliacee e tuberi (18,7 g), tutti alimenti altamente deperibili e di ridotta shelf life che in parte “giustificano” la ricorrenza dello spreco. Per approfondire le motivazioni del perché si spreca, è stato chiesto alle famiglie tramite questionario di dare una spiegazione e, da questo, è conseguita come motivazione principale la dimenticanza.
Il 47% delle famiglie, infatti, pensa di sprecare perché si dimentica di aver acquistato prodotti deperibili, il 46% ritiene che la colpa sia attribuibile all’interruzione della catena del freddo tra acquisto e conservazione domestica, il 35% che gli alimenti comprati siano già vecchi, il 33% spreca perché acquista in eccesso per paura di non avere abbastanza e il 30% dichiara di commettere errori nella pianificazione della spesa. A queste motivazioni sono state affiancate anche le motivazioni del perché gli esterni al proprio nucleo famigliare sprecano, evidenziando un paradosso. Se infatti si osservano le risposte a questo secondo interrogativo si può notare come le motivazioni precedentemente esposte vengano ribaltate. Le altre famiglie sprecano perché “acquistano troppo”, “si dimenticano”, “non apprezzano gli avanzi”, “non sono capaci di conservare”. Al contrario, come sopra riportato, le motivazioni del proprio spreco sono riconducibili in primis a problematiche esterne, come “i prodotti sono troppo facilmente deperibili”, “gli alimenti venduti sono già vecchi”, etc.
Questi dati evidenziano che tra i problemi ancora persistenti vi è sicuramente la tendenza ad “autoassolversi”, limitando la possibilità di uno sviluppo reale di buone pratiche soggettive.
In considerazione di ciò, tra gli obiettivi da perseguire a livello individuale, ma soprattutto collettivo ed istituzionale, risulta importante continuare ad investire tempo e risorse in nuove proposte che mettano al centro programmi di educazione alimentare ed ambientale e consentano di sviluppare una cultura del cibo in linea con le nuove necessità.

 

Fonte: 

1. Spreco Zero (2022), Conferenza per la 9^ Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco Alimentare One health, one earth. https://www.youtube.com/watch?v=kXt6U0nUSpo&t=604s

 


Alternative vegetali al pesce: uno dei food trend sostenibili del 2022

Tra le ultime tendenze in campo alimentare, oltre agli ormai noti prodotti vegetali sostitutivi alla carne o ai prodotti lattiero-caseari, come la più famosa “fake meat” e le bevande vegetali, stanno emergendo anche sostituti veg ai prodotti ittici, i cosiddetti alt fish o “pesce vegetale” (1).
Ridurre il consumo di prodotti ittici allevati intensivamente sembra essere potenzialmente vantaggioso per l’ambiente e, in alcune situazioni, anche per la salute umana, in particolare in quei luoghi dove la pesca viene condotta senza criteri e in acque contaminate, portando i consumatori ad assumere involontariamente metalli pesanti e mercurio (riscontrati recentemente in abbondanza soprattutto nel tonno) che potrebbero avere effetti nefrotossici, epatotossici e neurotossici (2).
In ogni caso, a prescindere da queste situazioni “estreme”, il pesce, grazie ai suoi preziosi nutrienti tra cui amminoacidi essenziali e acidi grassi omega-3, resta un alimento importante della nostra alimentazione (come ricordano anche FAO, OMS e linee guida per una sana alimentazione (CREA)) ma, di fronte ad un pianeta che si dirige verso una crescita esponenziale della popolazione, con annesso un inevitabile aumento della domanda alimentare e di quella di nuovi regimi (vegano, vegetariano, plant-based), è importante poter assicurare a tutti il soddisfacimento degli stessi bisogni senza rischiare di compromettere le risorse per le generazioni future.

Come viene prodotto il pesce vegetale?

L’obiettivo principale dell’alternativa vegetale è riuscire ad offrire un prodotto capace di imitare a livello sensoriale e nutrizionale le caratteristiche del pesce che, in generale, presenta un contenuto di acqua pari al 70-80%di proteine pari al 15-20%, di lipidi al 2-5% e di carboidrati e micronutrienti al circa 2% sul totale della massa.
L’ingrediente principale per ottenere questi prodotti è costituito dalle proteine di origine vegetale e nei casi più efficienti l’estrazione di quest’ultime avviene a partire dagli scarti di lavorazione in ottica di economia circolare e riduzione degli sprechi lungo la filiera (1,3). Tra le materie prime utilizzate primeggiano i legumi (soia, piselli, lenticchie e ceci), gli pseudocereali (quinoa e grano saraceno), i cereali (grano, riso e sorgo), i tuberi i semi oleosi (1) ma anche le alghe e i funghi, dalle cui micoproteine sono state recentemente ottenute valide formulazioni proteiche (3).
In molti casi, le proteine estratte da matrice vegetale, dopo essere state sottoposte a diversi trattamenti, si sono mostrate ingredienti con composizione confrontabile in termini di amminoacidi essenziali rispetto ai prodotti di origine animale (come nel caso delle proteine estratte dalla soia che presentano punteggi PDCAAS pressoché equivalenti a quelli dei prodotti ittici) (1,4). Oltre alle proteine, per la preparazione di questi alimenti sostitutivi, vengono utilizzati anche Sali ad alta forza ionica che, interagendo con gli ioni (come, ad esempio, calcio e magnesio) possono contribuire a donare un effetto gelificante superiore, ma anche lipidi (come EPA e DHA) che ne influenzano texture e proprietà nutrizionalifibre alimentari che agiscono come riempitivi, leganti o estensori, compattando ulteriormente la neonata matrice alimentare (1,3) e, ultimi ma non ultimi coloranti e conservanti (4).

Gli alimenti sostitutivi sono davvero valide alternative a livello nutrizionale?

Nonostante le buone intenzioni, il fatto che questi sostituti vegetali presentino un numero elevato di ingredienti desta non poche preoccupazioni in molti ambienti, tra cui quelli che usufruiscono dei sistemi di classificazione NOVA, che includono queste alternative vegetali nel 4° gruppo, ovvero tra gli alimenti ultra-processati collettivamente considerati meno salutari (4). D’altro canto, se si parla invece di sicurezza alimentare, pilastro ormai imprescindibile per assicurare un corretto stato nutrizionale a tutta la popolazione, questi prodotti sembrano avere un impatto indiretto sui paesi a medio-basso reddito: a prescindere infatti dalla presenza di un notevole numero di ingredienti, questi alimenti sono stati pensati per garantire un corretto apporto di nutrienti in linea con quanto presente nei prodotti ittici che emulano e anche una parziale sostituzione degli abituali ultra-processati con questi nuovi prodotti potrebbe sopperire alle carenze nutrizionali che molte diete locali presentano. Tuttavia, per poter effettivamente confrontare la valenza di queste alternative vegetali rispetto ai prodotti della piscicoltura e agli altri ultra-processati sono necessarie ulteriori ricerche.

 

Fonti: 

1. Kazir, M., & Livney, Y. D. (2021). Plant-Based Seafood Analogs. Molecules, 26(6), 1559.
2. Bose, R., Spulber, S., & Ceccatelli, S. (2021). Methylmercury Exposure and Developmental Neurotoxicity: New Insights from Neural Stem Cells. Handbook of Neurotoxicity, 1-23.
3. Alcorta et al. (2021). Foods for Plant-Based Diets: Challenges and Innovations. Foods
4. Marwaha, N., Beveridge, M., Phillips, M. J., Komugisha, B. R., Notere Boso, D., Chan, C. Y., … & Wiebe, K. (2020). Alternative seafood: Assessing food, nutrition and livelihood futures of plant-based and cell-based seafood.


Telemedicina e nuove tecnologie? Se tra medico e paziente c’è fiducia, la relazione cambia (ma in meglio)

Una cosa è certa: l’anno e mezzo di tempo pandemico ha inciso profondamente sul rapporto fra i medici di famiglia e i loro assistiti. Se la tecnologia per alcuni di noi è venuta in soccorso all’impossibilità di frequentare ambulatori o di ricevere visite a domicilio, per altri invece ha allargato il fossato della relazione con il proprio medico. Per capire meglio quanto e come sia variato questo rapporto, Corriere Salute ha promosso un sondaggio su Corriere.it a cui hanno risposto oltre 5mila lettori. Ci si è chiesto se la frequenza, l’intensità, la tipologia di relazione sia mutata. Se i rapporti siano stati facili o difficili, se si siano introdotte nuove modalità o strumenti di relazione anche legati alla tecnologia e alla interconnessione. Al Tempo della Salute ne abbiamo parlato con Valentina Di Mattei, responsabile Psicologia clinica, Ospedale San Raffaele, Università Vita e Salute, Milano; Antonella Ferrari, medico di Medicina generale, Milano; Alan Pampallona, direttore Fondazione Giancarlo Quarta con la moderazione di Luigi Ripamonti. Su un punto tutti si sono dichiarati d’accordo: indietro, ormai, non si torna.

Metodologia

«L’obiettivo era misurare e capire gli effetti della pandemia sulla relazione medico e paziente, in particolare del medico di medicina generale, che a causa del distanziamento è cambiata ancora di più», ha premesso Pampallona. «Tre gli elementi intorno al quale si muove il sondaggio: il paziente come si percepiva e le variazioni della percezione del proprio medico e infine una serie di domande aperte sul miglioramento e i peggioramenti che aveva portato questa situazione e i suggerimenti». La ricerca utilizza un questionario CAWI proposto ai lettori di Corriere. La partecipazione era spontanea e senza incentivi. Il messaggio di invito era trasparente: si invitava a rispondere ad una survey sulla relazione tra medico e paziente. Complessivamente si sono raccolti circa 5.757 questionari suddivisi tra le varie fonti. Di questi, circa 4.800 rispondenti hanno consultato il medico negli ultimi docici mesi e hanno risposto alle domande relative alla relazione tra medico e paziente. L’età media di partecipanti è di 60 anni, ben distribuito fra uomini e donne, più del Nord Ovest, alto livello scolastico e professionalmente molto attivi. I temi affrontati nel questionario: percezione del proprio stato di salute; utilizzo del proprio medico negli ultimi 12 mesi: frequenza e motivi; non utilizzo del medico: motivi; soddisfazione verso il proprio medico e variazione nell’ultimo anno; soddisfazione per gli aspetti di assistenza; soddisfazione per gli aspetti di relazione; adozione di nuove forme di comunicazione. Le conclusioni? «La pandemia, ma credo non solo nella relazione medico paziente, non è stata la causa di una crisi, ma più una lente di ingrandimento che ha messo in evidenza determinati aspetti, è stato un detonatore da un parte o un aggregatore di certi elementi dall’altra. Si sono evidenziati mondi diversi e prospettive diverse anche su dati oggettivi come il numero troppo elevato di assistiti: chi è insoddisfatto dice bisogna sgravare il medico, chi è insoddisfatto dice che è una scusa per non interagire con il paziente. Cito Domenico Modugno: la distanza, il distanziamento è come il vento spegne i fuochi e le relazioni deboli, alimenta quelle forti».

Medici burocrati?

La domanda d’obbligo ad Antonella Ferrari. «Sono medico di medicina generale da 22 ani ed è stata una scelta professionale voluta e decisa con grande impegno — ha detto — . La pandemia ha modificato la nostra attività, ma anche in modo positivo. I miei pazienti mi possono contattare via WhatsApp. Su 100 medici, 50 magari non li trovi ma 50 sì e di questi non si parla mai. Poi sicuramente l’assenza di un medico è una cosa inqualificabile ma non tutti lavorano così. Questi sistemi tecnologici hanno consentito di essere contattati da pazienti che prima non sentivi, ad esempio gli adolescenti. Inoltre mi ha stupito constatare che questi canali digitali non erano utilizzati solo da ragazzi o da persone di mezza età ma anche della terza età. Credo che i dati del sondaggio dimostrino che o tu ce l’hai questo rapporto medico-paziente o non ce l’hai. Se ce l’hai, è bello. La tecnologia ha consentito nella distanza fisica di avere una vicinanza morale che se svolgi bene il tuo lavoro, è unica».

La tecnologia e l’allontanamento

Valentina Di Mattei ha proposto una riflessione «sul campo» nella sua esperienza ospedaliera. «La telemedicina è di fatto uno strumento della cura e in questo anno e mezzo effettivamente l’abbiamo studiata e approfondita perché, in quanto strumento, rientra in un concetto molto caro alla psicologia che è il “setting”, cioè quella specie di cornice a tutte le relazioni sanitarie che facilita lo svolgersi della relazione. Regole fondamentali del setting che tornano utili: la neutralità e la distanza». Anche e soprattutto intesa come distanza relazionale: quanto bisogna essere vicini al paziente perché la relazione sia efficace. Siamo andati a cercare il tema della distanza in medicina e sono finita ad Ippocrate che descrive l’agire medico in tre atti : tocco (diagnosi), rimedio (terapia) e parola (dialogo). Nella medicina recente abbiamo visto un allontanamento del medico dal malato e il primo è la diagnostica. Nell’era ipertecnologica in cui viviamo hanno fatto sì che il medico abbia fatto un passo indietro rispetto alla semeiotica attraverso il tocco. Il secondo allontanamento del medico dal paziente probabilmente è quello che stiamo vedendo adesso attraverso la telemedicina: gli effetti però i studieremo o e li capiremo nel tempo».

Il cambiamento in ospedale con la telemedicina

All’ospedale San Raffaele di Milano, dove la professoressa Di Mattei lavora, la telemedicina è stata introdotta dal 2018. «Nel 2019 eravamo pronti. I pazienti che sono andati in ospedale si sono ritrovati immediatamente da soli. Attraverso la telemedicina abbiamo avuto possibilità di mettere in contatto i pazienti in isolamento con le famiglie. La telemedicina è qualcosa che in questo momento preserva di più la relazione medico paziente. Abbiamo iniziato ad usarla anche con il personale sanitario, come supporto.. Ho avuto diverse persone molto giovani tra cui uno infermiere di 22 anni, laureato a gennaio 2020 e inserito in reparto Covid a febbraio. Mi raccontava un’esperienza professionale particolarmente “tosta” . Abbiamo cominciato in ospedale e poi lui ha continuato da casa. Il fatto di poter entrare fisicamente anche nelle case e nelle camere, grazie alla telemedicina, è per noi una cosa nuova e aiuta nella relazione».

Percezione del proprio stato di salute

Prima di approfondire la relazione con il medico, si è chiesto all’intervistato che stato d’animo provasse pensando alla propria condizione di salute. Si è fatto scegliere tra 5 coppie di situazioni opposte: impaurito o rassicurato, trascurato o sicuro «Cominciano a delinearsi due mondi: ci sono una serie di pazienti pessimisti su tutte le situazioni delineate e un’altra serie ottimisti», ha spiegato Pampallona. Le risposte degli intervistati sembrano dividersi in parti quasi uguali tra negativi, neutri e positivi. I rispondenti hanno mantenuto lo stesso tipo di risposta anche tra i diversi item. Il confronto con genere e età mostra che l’età non è associata a gradi diversi di ottimismo mentre il genere lo è ma in misura minima: le donne sono leggermente più «negative». Un altra variabile legata ad una migliore percezione del proprio stato di salute è il reddito.

Soddisfazione per il proprio medico. Soddisfazione generale

Come prima domanda relativa alla soddisfazione per il proprio medico è stato chiesto un giudizio generale e una misura della variazione nell’ultimo anno. Anche in questo caso , come nella domanda sullo stato di salute, vi è una suddivisione in due gruppi abbastanza bilanciati numericamente: 47% è soddisfatto e il 35% è insoddisfatto (tra molto insoddisfatto e insoddisfatto). Leggermente diversa è la risposta alla domanda sulla variazione di soddisfazione nell’ultimo anno: in questo caso prevalgono il peggioramento e la non variazione della situazione. Ma qual è la relazione tra soddisfazione attuale e variazione nell’ultimo anno? Se si incrociano le due variabili si nota che: chi oggi è insoddisfatto dichiara che la propria insoddisfazione è peggiorata nell’ultimo anno; chi oggi è soddisfatto dichiara di avere migliorato o mantenuto uguale la propria soddisfazione. Cerchiamo di capire il perché.

L’assistenza

Si sono indagati più nel dettaglio quali fossero i livelli di soddisfazione per le diverse componenti dell’assistenza fornita dal medico di medicina generale (Mmg). Il risultato non si discosta da quanto visto prima e si riconoscono ancora due segmenti distinti di pazienti. Uniche componenti che si distinguono un poco sono: velocità di evasione delle pratiche con maggiori valori positivi; assistenza a domicilio con maggiore presenza di valori negativi.

La relazione

Ulteriore approfondimento della soddisfazione per il proprio medico è costituito dalle componenti della relazione. Anche qui il risultato non si discosta da quanto visto prima: i pazienti si dividono in due gruppi distinti. Da notare che anche gli aspetti relazionali sono estremamente associati fra loro, cioè: chi è soddisfatto è soddisfatto di tutti gli aspetti relazionali, viceversa chi non è soddisfatto esprime una critica su tutti gli aspetti. Anche per gli aspetti relazionali i valori di variazione sono minimi. Solo la garanzia di un contatto sicuro nel tempo ha un peggioramento maggiore degli altri (forse la difficoltà di contatto con medico di questi ultimi 12 mesi ha influenzato la componente).

Relazione tra stato di salute, assistenza e relazione

Dall’analisi congiunta delle variabili di stato di salute, assistenza e relazione si nota che le persone che danno valori positivi allo stato di salute sono anche le stesse che sono soddisfatte dei vari aspetti della relazione con il medico. Quindi i pazienti si possono suddividere in due gruppi distinti: un primo gruppo è costituito da soggetti soddisfatti del proprio medico in generale e nei diversi aspetti assistenziali e relazionali. Queste persone hanno anche tendenzialmente una visione positiva del proprio stato di salute e si sentono seguiti curati e motivati. Un secondo gruppo è invece costituito da pazienti insoddisfatti del proprio medico. L’insoddisfazione copre tutti gli aspetti senza particolari differenze e si associa ad una visione più negativa della propria salute: si sentono più trascurati, impauriti e scoraggiati. Resta poi una fascia di soggetti che si pone nella intermedia del «né soddisfatto, né insoddisfatto» , ma è un gruppo minore che approssimativamente copre un quarto circa degli intervistati. Il giudizio sul medico non è associato a specifiche differenze sociodemografiche.

Frequenza di contatti con il medico

La soddisfazione è associata al numero di contatti con il Mmg. Maggiore contatto = maggiore soddisfazione. Non vi sono state grosse variazioni nel numero dei contatti rispetto all’anno precedente. Tra i soddisfatti il contatto è costituito da un mix di contatto personale e contatto a distanza, mentre tra gli insoddisfatti è prevalentemente a distanza. Nell’ultimo anno è aumentato il numero delle consultazioni a distanza per tutti, ma in misura maggiore tra i non soddisfatti. Chi è soddisfatto ha contatti più frequenti con il Mmg. Negli ultimi dodici mesi, i soddisfatti in media (complessiva) hanno avuto 7 contatti contro il 5,4 degli insoddisfatti. Il confronto con l’anno precedente mostra che la maggioranza ha mantenuto le stesse frequenze di consultazione, sia tra i soddisfatti che i non soddisfatti(anche se tra in non soddisfatti il 22% ha riscontrato una diminuzione dei contatti contro il 14% dei soddisfatti) .

Come è vista la figura del medico

La relazione di familiarità/estraneità ha avuto un cambiamento in quest’ultimo anno: per gli insoddisfatti il Mmg si è allontanato, mentre per i soddisfatti ha mantenuto la familiarità o è addirittura diventato più familiare. Per chi è insoddisfatto il medico è esclusivamente una figura burocratica, molto estranea. Per chi è soddisfatto è una figura familiare che fa da guida nei bisogni relativi alla salute. Chi non è soddisfatto del Mmg mette in evidenza come sia diventato una figura più estranea. Chi è soddisfatto non ha rilevato cambiamenti e per il 26% dichiara che è diventato una figura più familiare.

Modalità di consultazione

Il telefono è la modalità più diffusa, ma anche email e chat non sono trascurabili. L’utilizzo di più forme di contatto è associato ad una maggiore soddisfazione. Negli ultimi 12 mesi sono state introdotte nuove forme, ma chi ha una maggiore soddisfazione le utilizzava già in precedenza. Il principale mezzo di contatto (non in presenza) è costituito dal telefono. L’utilizzo di altri mezzi è diffuso (e-mail e chat in particolare). I mezzi diversi dal telefono mostrano una maggiore incidenza da parte dei più soddisfatti. L’utilizzo di più mezzi da parte dei più soddisfatti si riflette sul numero di modalità totali utilizzate.

Misure contro la pandemia e relazione con Mmg

La risposta alla domanda generale posta alla conclusione della intervista: «Ritiene che le misure adottate per gestire la pandemia abbiano migliorato o peggiorato la qualità della relazione con il suo medico?» restituisce gli stessi risultati delle prime domande relative alla variazione di soddisfazione. Chi è meno soddisfatto, indica un peggioramento importante. Chi è soddisfatto lo era in gran parte anche prima e tanto che il 50% dichiara che la relazione non è variata.

Le domande aperte

Oltre ad aver risposto a tutte le domande appena viste, gli intervistati hanno anche compilato tre domande aperte particolarmente interessanti: perché ritiene che le misure adottate per gestire la pandemia abbiano migliorato la qualità della relazione con il suo medico? Perché ritiene che le misure adottate per gestire la pandemia abbiano peggiorato la qualità della relazione con il suo medico? Cosa suggerirebbe per migliorare la qualità della relazione? Gli argomenti principali che sono emersi sono la velocità e comodità: le misure adottate hanno permesso di ridurre i tempi di attesa e rendere i servizi più efficaci. Ricetta elettronica: le prescrizioni inviate via email e il fascicolo sanitario elettronico rappresentano un’innovazione che semplifica e velocizza i processi. Nuovi mezzi tecnologici: con l’introduzione di nuovi canali di comunicazione, quali in particolare la chat, i pazienti percepiscono il medico come più presente e vicino.

 

Fonte:


Spreco alimentare: come va l’Italia rispetto al resto d’Europa?

Secondo un’indagine dell’Osservatorio sulle eccedenze, recuperi e sprechi alimentari del CREA, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Sustainability, in Italia lo spreco alimentare medio è a pari a 370 g alla settimana per famiglia. Lo studio, realizzato su oltre 1.100 famiglie italiane, ha inoltre mostrato che il 77% delle famiglie ha buttato via del cibo nella settimana precedente all’indagine (1).

Quella del CREA è, ad oggi, la prima indagine realizzata in Italia che misura lo spreco alimentare a livello familiare su un campione nazionale rappresentativo e risponde alla necessità di avviare il monitoraggio dello spreco alimentare domestico, al fine di dimezzarlo entro il 2030, come previsto dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU (1). Nelle regioni ad alto reddito, lo spreco alimentare a livello domestico sembra essere la fonte principale di spreco alimentare, rappresentando anche il 42% del totale generato lungo la filiera alimentare in Europa (2).

Lo studio è stato realizzato in Italia nel 2018 su un campione rappresentativo di 1142 famiglie mediante una metodologia che permettesse il confronto con i risultati di altri Paesi europei, ovvero il Questionario HFW (Household FoodWaste). Agli intervistati, che erano stati precedentemente avvisati di prestare attenzione al cibo sprecato durante un certo periodo di tempo in modo da aumentare la precisione della valutazione, è stato quindi chiesto di riportare la quantità e tipologia di cibo sprecato nella settimana precedente e il suo “status”, ovvero cibo completamente inutilizzato, cibo parzialmente utilizzato, avanzi di pasto o avanzi dopo la conservazione (1).

Dall’analisi è risultato che più del 75% delle famiglie ha buttato via del cibo durante la settimana prima dell’intervista e che la quantità media di cibo sprecato è stata di 370 g a settimana. Frutta fresca, pane, verdure fresche e bevande analcoliche (latte compreso) sono le categorie di alimenti che finiscono maggiormente tra i rifiuti. Inoltre, la gran parte dello spreco alimentare è costituita da alimenti non utilizzati affatto e chiusi (43,2%), seguiti da alimenti parzialmente consumati (30,3%), come, ad esempio, un pezzo di pane, una mezza mela o una confezione aperta di latte, dagli avanzi del piatto (14,6%) e infine dagli avanzi conservati (11,9%) (1).

Considerando anche gli aspetti sociodemografici, pare che maggiore è la dimensione della famiglia, maggiore è lo spreco alimentare. Tuttavia, se si considera lo spreco medio pro capite, i nuclei familiari rappresentati da una sola persona sprecano un quantitativo di cibo maggiore rispetto alle famiglie con cinque o più membri (303 g/ settimana vs 105 g/settimana) (1).

Confrontando il risultato italiano con quello di altri Paesi europei, è emerso che la quantità di cibo sprecato in Italia (370 g) è allineata con quella olandese (365 g/settimana) e molto inferiore a quella spagnola (534 g/settimana), tedesca (534 g/settimana) e ungherese (464 g/settimana). Relativamente alla tipologia di spreco, invece, gli alimenti più deperibili sono in cima alla classifica dei rifiuti del gruppo alimentare in tutti i paesi dell’UE; sembra quindi essere la natura deperibile dei prodotti ad aumentare il rischio di spreco (1).

Infine, il fatto che in Italia la maggior parte dei prodotti buttati era totalmente inutilizzata o solo parzialmente utilizzata significa che è più frequente trovare confezioni di cibo non aperte o aperte nel frigorifero o nella dispensa piuttosto che avanzi di cibo buttati. Studiare questo particolare “pattern di spreco”, più comune in Italia che nel resto d’Europa, può essere utile per progettare strategie di prevenzione e interventi educativi diversificati e, ad esempio, sensibilizzare all’acquisto di meno cibo per evitare sprechi, o fornire specifiche informazioni sulla conservazione degli alimenti (1).

 

Fonti: 

  1. Scalvedi, M.L., Rossi, L (2021). Comprehensive Measurement of Italian Domestic Food Waste in a European Framework. Sustainability, 13, 1492.
  2. UN 2015. 2030 Agenda for Sustainable Development.
  3. World Resource Institute. Food Loss and Waste: Setting a Global Action Agenda. World Resource Institute: Washington, DC, USA, 2019.

Con Sprim il Patient Support Program diventa 100% digital nell’era post-Covid

Fra i trend attuali trainati dalla pandemia da Covid-19, uno più di tutti può essere definito come “breakthrough”: parliamo della digital transformation, che giorno dopo giorno sta guidando in modo sempre più decisivo l’evoluzione dell’Healthcare e della Pharma industry. In particolare, le condizioni dettate dalla pandemia – tra distanziamento sociale e crescita dei need assistenziali – ha aumentato la consapevolezza rispetto alla necessità di Programmi di Supporto ai Pazienti (PSP) che siano al passo con i tempi: da qui l’evoluzione di modelli di Digital Patient Support, preziosi strumenti per i pazienti e asset strategici per le aziende.

Non è un caso che nel 2020 siano stati investiti, come mostrato da un recente report, oltre 18 miliardi di euro a livello globale in salute digitale – circa il doppio rispetto al 2019. Molti di questi fondi sono stati destinati proprio alle attività di supporto ai pazienti, che oggi stanno vivendo un vero e proprio cambio di paradigma: da nice-to-have per i professionisti della salute a parte integrante della Remote Care – sempre più destinata a caratterizzare l’industria della salute nell’epoca post-Covid.

La richiesta di servizi di Patient Support digitale oggi arriva a gran voce sia dagli HCP, propensi a prescrivere medicinali specialmente se associati ad attività di supporto ad hoc, sia dai pazienti, ormai confident nell’utilizzo delle nuove tecnologie e a proprio agio con i servizi a distanza. I pazienti con cronicità, in particolare, hanno vissuto grandi difficoltà nel corso della pandemia, in un momento in cui il focus e le risorse si sono spostate sulla gestione dell’emergenza. È qui che i Digital Patient Support Program possono fare la differenza, con un approccio olistico, 100% digital, che aumenti l’aderenza ai percorsi assistenziali, migliori la qualità di vita dei pazienti e alleggerisca il carico delle strutture sanitarie, favorendo in modo agile anche la continuità assistenziale sul territorio.

In che modo le aziende possono ricorrere ai PSP per rispondere alle esigenze attuali? Che si tratti di servizi di carattere medico, informativo, motivazionale, esperienziale o di supporto organizzativo, l’uso esclusivo di strumenti digitali sta diventando la “way to go”. Per esempio, sempre più diffusi sono PSP che prevedono l’utilizzo di mobile-health app per consentire al paziente o al caregiver di ricevere informazioni video-audio sulla terapia, di inserire i propri dati per la gestione del percorso terapeutico e di interagire con il proprio medico di riferimento.

Consapevole del ruolo crescente dei PSP nel contesto sanitario attuale, SPRIM, società specializzata nel mondo della salute e della nutrizione, oggi mette a disposizione soluzioni privacy first, 100% digital per supportare centri clinici, HCP e pazienti grazie al Telecenter Hub di Connext, il primo Experience Centre italiano multiservizio attivo per la health industry.

Servizi di help-desk per il medico e per il paziente, digital tools responsivi con funzione di therapy reminder, piattaforme di telemedicina privacy-first per agevolare la relazione medico-paziente, mobile app per un monitoraggio “beyond the pill”, healthbot per il patient counselling: queste e altre sono le attività che Sprim e Connext offrono per mettere a punto programmi di supporto ai pazienti che siano all’altezza dei need attuali e di un settore in rapida evoluzione.

Sei interessato a programmi di Patient Support digitali per la tua attività?

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Planet-Score: dalla Francia un’altra etichetta sull’impatto ambientale degli alimenti

Dalla Francia, così come il recente Eco-Score, arriva il Planet-Score, una nuova proposta di sistema di etichettatura volontaria che considera l’impatto ambientale dei prodotti alimentari considerando anche l’impatto dell’uso di pesticidi e delle pratiche agricole su biodiversità e benessere animale. Questa etichetta è stata proposta dall’Institute of Organic Agriculture and Food (ITAB) e dai suoi partner (SAYARI e VGF).

Questi score sono nati su iniziativa del Governo francese che, nel mese di settembre 2020, ha lanciato un invito a presentare progetti in linea con la legge sulla lotta contro lo spreco alimentare e l’economia circolare; 18 mesi per selezionare un progetto sperimentale in grado di offrire, entro fine 2021, un’etichetta ambientale per i prodotti alimentari basata sull’approccio LCA. Il database di riferimento scelto è stato Agribalyse di ADEME, un database LCI o Life Cycle Inventory, contenente oltre 2500 prodotti agricoli e alimentari consumati e/o prodotti in Francia.

Oltre a considerare gli impatti che vengono generalmente calcolati nelle analisi ambientali, questa etichetta mostra informazioni anche per quel che riguarda impatti spesso sottovalutati e “nascosti” come le ripercussioni date dall’utilizzo dei pesticidi e le complicazioni a livello di clima, biodiversità e benessere animale. In aggiunta, il Planet-Score mira ad evidenziare ciò che differenzia i prodotti tra loro non solo tra categorie di prodotto (come un frutto o della carne), ma anche all’interno della stessa categoria (mele di differenti cultivar, prodotte in regimi differenti).

Le informazioni ai consumatori sono fornite visivamente attraverso quattro indicatori preceduti da un punteggio aggregato. Il primo indicatore si riferisce all’utilizzo dei pesticidi, e in particolare agli effetti che possono avere sulla salute umana. A seguire il clima, parametro che ingloba considerazioni circa lo stoccaggio di carbonio nei suoli, le pratiche agricole che partecipano in questo processo e le emissioni di Gas ad effetto serra (GHG). Il terzo indicatore valuta l’impatto che determinate pratiche agricole possono avere a livello di biodiversità e nel mantenimento del Paesaggio. Infine, viene fatto riferimento al benessere animale, poiché a determinato sistema di allevamento corrispondono determinate ripercussioni sull’ambiente.

 

 

Nella pubblicazione del Planet-Score, infine, ITAB e partner chiedono un confronto con la comunità per discutere l’effettiva applicabilità di questo nuovo sistema: “La nostra proposta è un primo passo e, al fine di farla evolvere, siamo aperti allo scambio e alla discussione con tutta la comunità scientifica, sia francese che internazionale, così da esprimere nel modo più esaustivo possibile la molteplicità di questioni ambientali necessarie per affrontare una transizione alimentare sostenibile.”

 

Fonti: 


Connext: il primo Experience Center italiano della salute

Come testimoniano i risultati di una survey presentata alla Healthcare Call Center Conference 2018, i contact center nel mondo healthcare sono sempre più percepiti come elementi di differenziazione competitiva per le aziende: 3 intervistati su 4 segnalano come la quantità di servizi gestiti da questi centri stia aumentando esponenzialmente, sia per le attività inbound che outbound, attraverso un approccio omnicanale che fa uso di call, email, social network, video e numerose altre vie di contatto per l’interazione col cliente.

In un’epoca in cui il cliente ha una sempre più vasta possibilità di scelta e agile accesso alle informazioni per selezionare gli strumenti del proprio business – prodotti, servizi, fornitori, canali – risulta più che mai vantaggioso il supporto di un contact center che si distingua per le skill relazionali, funzionali all’esperienza del cliente e al raggiungimento dei traguardi predisposti. Stiamo parlando di un modello che sia realmente al passo con i tempi: un contact center 100% digital e al contempo 100% human-centric, ben strutturato e allo stesso tempo personalizzato e adattivo rispetto alle esigenze e agli interlocutori.

In che modo, oggi, il contact center può evolversi da centro di supporto a fulcro relazionale? Agendo da touchpoint integrato per pazienti, medici, farmacisti e aziende, il contact center della health industry ha la possibilità di andare oltre al proprio ruolo di centro simbolico e funzionale della customer care e diventare un vero e proprio asset della strategia aziendale. Questo implica la possibilità di sviluppare servizi e progetti a 360°, dal remote detailing al teleselling all’arruolamento ai trial clinici, contando sulla collaborazione di team multidisciplinari focalizzati su un’impeccabile customer experience.

Proprio mettendo l’“experience” del cliente al centro dei suoi servizi SPRIM, società specializzata nel mondo della salute e dell’alimentazione, oggi coglie le nuove sfide e opportunità del settore rinnovando la struttura e la direzione del proprio contact center, Connext, il primo Experience Center italiano multiservizio attivo per la health industry.

In un contesto competitivo e in rapida evoluzione come quello attuale, SPRIM fa tesoro della propria expertise decennale nel settore strutturando Connext in molteplici Health Experience Hub strategici e distintivi, ognuno dei quali è predisposto per rispondere ai need aziendali attraverso attività dedicate. Tra queste, Connext progetta per i propri clienti: digital campaign di boost-to-buy e remind per il target Hcp (medico e farmacista), campagne omnicanale di professional personal marketing curate da team di Teleadvisors e Remote Reps, servizi di health customer care e help desk tecnico-sanitario gestiti da team specializzati, people involvement/concierge service per l’adesione e il supporto alla partecipazione ai trial in Real World Evidence, oltre a un’innovativa soluzione di telemedicina Privacy First sviluppata insieme ai medici. Ogni servizio offerto dall’Experience Center è pensato per avvicinare i target strategici all’azienda e l’azienda ai propri obiettivi.

Cerchi nuovi modi per ampliare il tuo parco clienti? Raggiungere i tuoi target in modo più efficace? Offrire un customer service specializzato nel dialogo con gli Hcp?

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Vertice ONU sui Sistemi Alimentari

Giovedì 23 settembre 2021 è in programma il Vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari, aperto a tutti grazie al programma virtuale e alla piattaforma. 

Di cosa si tratta?

«Un’opportunità storica per incoraggiare tutti a utilizzare la forza dei sistemi alimentari per guidare la ripresa dalla pandemia del COVID-19 e riprendere il cammino per raggiungere tutti i 17 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030. 

Negli ultimi 18 mesi il Vertice ha riunito gli Stati membri delle Nazioni Unite e le rispettive società civili, in tutto il mondo, compresi migliaia di giovani, produttori alimentari, popoli indigeni, ricercatori, settore privato e agenzie del sistema ONU, per apportare cambiamenti tangibili e positivi ai sistemi alimentari mondiali. Trattandosi di un vertice incentrato su persone e soluzioni, è stato riconosciuto che chiunque, ovunque, debba agire e collaborare per trasformare il modo in cui il mondo produce, consuma e concepisce il  cibo. 

Il Vertice concluderà questo processo globale inclusivo offrendo un momento catalizzatore per la mobilitazione pubblica e gli impegni perseguibili dai capi di stato e governo e altri leader per far progredire l’agenda. 

Si tratterà di un evento completamente virtuale durante la settimana di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, attraverso il quale l’ONU riaffermerà il proprio impegno a promuovere i diritti umani per tutti e garantire l’opportunità di partecipare a chiunque e ovunque. 

Unisciti a noi insieme a leader, esperti e tutte le parti interessate di tutto il mondo. Insieme possiamo e dobbiamo far leva sul potere dei sistemi alimentari per raggiungere tutti gli obiettivi condivisi per gli individui, il pianeta e la prosperità.»

ISCRIVITI QUI

 

Fonte:


Microgreens: saranno un superfood del futuro?

Conosciuti anche come micro-ortaggi, i microgreens sono una varietà di verdura nota al grande pubblico solo negli ultimi anni e destinata ad essere sempre più conosciuta. Le loro caratteristiche nutrizionali, l’utilizzo di un metodo di coltivazione no-soil e la velocità di crescita, rendono microgreens dei candidati ideali a diventare un superfood del futuro.

Ma cosa sono esattamente?
Il termine microgreens viene generalmente utilizzato per riferirsi ai cotiledoni edibili del vegetale di interesse, ovvero alle piccole foglie nello stadio di crescita embrionale, che possono assumere diverse colorazioni in base alla varietà selezionata. Commercialmente possono essere definiti dei piccoli germogli di insalata raccolti per il consumo entro 10-20 giorni dalla comparsa delle piantine (1). A differenza dei tradizionali germogli però, richiedono un po’ di tempo in più per crescere, assicurando di contro una resa superiore e un’estetica gradevole. Proprio questa loro caratteristica ne ha determinato la scoperta: i micro-ortaggi cominciarono inizialmente ad apparire nei menù degli chef di San Francisco, in California, nei primi anni ‘80, e in seguito furono coltivati nel Sud della California da metà degli anni ‘90 per rendere le preparazioni sempre più scenografiche.

Recentemente i microgreens hanno assunto altri significati e ruoli, affermandosi come colture potenzialmente salvifiche rispetto alle previsioni di insostenibilità dell’agricoltura industriale odierna. Grazie al breve ciclo di crescita, è possibile produrre micro-ortaggi in idroponica (sistema di coltivazione con immersione dell’apparato radicale direttamente in acqua e sostanze nutritive) ed acquaponica (sistema di allevamento/coltivazione simbiotico, circolare e chiuso), senza pesticidi e fertilizzanti e in spazi chiusi come le proprie case. La possibilità di autoprodurre i micro-ortaggi, magari utilizzando i semi di varietà locali ad alta densità di nutrienti e utilizzando anche spazi piccolissimi, non solo può contribuire ad aumentare la disponibilità e l’accessibilità al cibo delle fasce più povere della popolazione mondiale, ma può contribuire anche a migliorare la qualità dell’alimentazione, aumentando disponibilità e varietà di alimenti freschi nonché ricchi di nutrienti essenziali per la salute umana. Peraltro, i micro-ortaggi sono generalmente consumati crudi ed interi e questo consente di limitare gli scarti, le perdite e la degradazione dei fitonutrienti che spesso si verificano nella fase di preparazione in cucina, soprattutto in cottura (2).

Caratteristiche nutrizionali e virtù
microgreens possono essere considerati un superalimento in quanto presentano un contenuto di sostanze fitochimiche (come vitamina C, carotenoidi e flavonoidi) superiore rispetto agli stadi di maturazione più avanzati (3). A riprova di queste caratteristiche, diversi sono gli studi che suggeriscono un possibile ruolo dei microgreens come alimenti funzionali, in grado di concorrere alla prevenzione dell’obesità, delle malattie cardiovascolari, del diabete mellito di tipo 2 e del cancro (4). Tra i più rilevanti, uno studio condotto dai ricercatori del Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) e dell’Università del Maryland, dimostra come, analizzando il contenuto di vitamine (vitamina C,E,K) e carotenoidi (β-carotene, luteina e zeaxantina) di venticinque specie di micro-ortaggi, questi presentino un contenuto di composti antiossidanti notevolmente superiore rispetto agli ortaggi convenzionali (4). Confrontando infatti i valori nutrizionali riportati per le specie allo stadio di maturazione commerciale tradizionale con quelli dei rispettivi microgreens, i risultati non sembrano lasciare dubbi: ad esempio, i microbroccoli si mostrano come fonte di calcio (126 mg/100 g (5) vs 72 mg/100 g del broccolo maturo (6)), i micropiselli come fonte di potassio con un contenuto oltre il doppio rispetto ai piselli maturi (436 mg/100 g (4) contro 193 mg/100 g (6)), infine il microamaranto presenta più del triplo della vitamina C rispetto all’amaranto classico (131,6 mg/100 g (4) vs 43,3 mg/100 g (7)).

In meno tempo e con meno risorse, sembra quindi possibile produrre alimenti nutrizionalmente validi in grado di contribuire al soddisfacimento del crescente bisogno di prodotti alimentari sani e sicuri per una popolazione sempre più in rapida crescita.

I microgreens saranno il cibo del futuro?

 

Fonti:

  1. Xiao, Z., Lester, G. E., Luo, Y., Xie, Z. K., Yu, L. L., & Wang, Q. (2014). Effect of light exposure on sensorial quality, concentrations of bioactive compounds and antioxidant capacity of radish microgreens during low temperature storage. Food chemistry151, 472-479.
  2. Di Gioia, F., Mininni, C., & Santamaria, P. How to grow microgreens Cómo cultivar micro-hortalizas. 1. Micro-ortaggi, agro-biodiversità e sicurezza alimentare, 51.
  3. Choe, U., Yu, L. L., & Wang, T. T. (2018). The science behind microgreens as an exciting new food for the 21st century. Journal of agricultural and food chemistry66(44), 11519-11530.
  4. Xiao, Z., Rausch, S. R., Luo, Y., Sun, J., Yu, L., Wang, Q., … & Stommel, J. R. (2019). Microgreens of Brassicaceae: Genetic diversity of phytochemical concentrations and antioxidant capacity. LWT101, 731-737.
  5. Renna, M., Stellacci, A. M., Corbo, F., & Santamaria, P. (2020). The use of a nutrient quality score is effective to assess the overall nutritional value of three brassica microgreens. Foods9(9), 1226.
  6. CREA. Tabelle di composizione degli alimenti, Aggiornamento 2019- Website a cura di L. Marletta e E. Camilli
  7. U.S. Department Of Agriculture (USDA). FoodData Central: Amaranth leaves, raw.